Intervista di Manfredo Cipriani

Ero nello studio di Patrizio Pacioni, quando mi ha concesso questa intervista, e arrivato questo punto mi sono trovato costretto a interromperlo. Mentre mi parlava lo vedevo scorrere con lo sguardo gli scaffali, talmente carichi di libri che per non piegare irrimediabilmente i ripiani di legno, si era dovuto ricorrere sistematicamente, a ogni piano della libreria, a una sistemazione dei volumi che tenesse i più pesanti ai lati e i più leggeri al centro: e quando si imbatteva in un autore che non aveva nominato (ma letto sicuramente sì!) mi pregava di tornare indietro per aggiungere ancora quel nome, quel titolo all’elenco. Quindi ho il fondato sospetto che, se lo avessi lasciato fare, a quest’ora saremmo ancora lì tutti e due! La mia impressione è che quanto raccolto da Pacioni lettore circa le sue preferenze letterarie, non possa che confermare l’immagine che già mi ero fatto di Pacioni persona: cioè di un uomo alla costante ricerca della conoscenza, disposto e capace per assimilare dettagli che riempiano di contenuti la straordinaria complessità delle cose del mondo, di passare disinvoltamente dalla lettura di un testo zen a un libro di barzellette sui carabinieri, dalla Divina Commedia al “Cigno Nero” di Naomi Campbell, da Anais Nin a Sant’Agostino, da Schopenhauer a Giobbe Covatta, da Umberto Eco a Susanna Tamaro … Per farla breve uno di quei tipi, e vi assicuro che non se ne trovano poi così tanti in giro, per la cui fame di conoscenza globale le ventiquattro ore del giorno (e il tempo di una vita) finiscono per rivelarsi molto ma molto anguste.